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Relazioni internazionali, cucina e fotografia (non necessariamente in quest'ordine)

Les Jeux sont faits

Ed anche per questo quadriennio i giochi sono finiti.

Non so voi, ma a me le Olimpiadi entusiasmano sempre. Non sono un’atleta ma mi emoziona pensare ad uno sportivo che prepara questa gara da una vita: anni di duri allentamenti e sacrifici si consumano a volte in pochi secondi.

Mi piace pensare che per due settimane ogni quattro anni esista un luogo dove non ci sono beghe e scaramucce inutili;

dove la disciplina ha ancora un senso;

dove conta solo la bravura ed il merito dell’individuo;

dove, dopo i primi momenti brucianti di una sconfitta, il partecipante si rende conto che ” sono stato battutto dal più forte, merito a lui e poi.. ehi! neanche io sono male!”.

Forse sono una romantica, ma questi aspetti dei Giochi mi piacciono e mi sono sempre piaciuti.

Inoltre è una di quelle rare occasioni dove hai la possibilità di vedere sport diversi dal solito (i c.d. sport minori).

E le associazioni ringraziano.

Non a caso dopo le Olimpiadi si registrano boom di iscrizioni.

Io sono tra gli infatuati degli “sport minori”.

Dopo questo periodo vorrei cominciare a praticare qualsiasi cosa.

E quando non fantastico di me, futura campionessa olimpica, seguo qualsiasi gara.

Ricordo l’edizione del ’96 ad Atlanta (la prima di cui abbia memoria): era estate (ovvio) e stavo a casa dalla nonna al mare ed ho ancora l’immagine di me che guardo la boxe nel cuore della notte.

Famelica di sport. Famelica di Olimpiadi.

[Vero, alcune discipline mi lasciano perplessa, ma le ritengo retaggio di quel fine ‘800 in cui sono rinate le Olimpiadi.]

Ma non è tutto rose e fiori.

Pierre de Cubertin affermava “l’importante è partecipare”.

Niente di più lontano dalla mentalità degli antichi greci: la sconfitta ai tempi poteva costare l’onore, l’esilio o addirittura la vita.

In modi diversi, anche oggi quella frase ha perso di significato.

L’atleta, prima ancora di deludere sé stesso, i suoi tifosi , il suo team, sembra impegnato a non deludere gli sponsor.

I Giochi sono un grande, grandissimo, business.

E’ innegabile.

Non mi sento però di accusarli di ipocrisia.

Almeno non più di altre manifestazioni (sportive e non) che non vengono mai sfiorate da questa condanna.

Business o meno, i Giochi non lasciano indifferenti.

Nell’antica Grecia il mondo si fermava, e le battaglie con lui, per omaggiare il sacro fuoco di Olimpia. E gli dei sedevano in mezzo agli spettatori per gustarsi i Giochi in loro onore.

Nell’era moderna è successo l’esatto contrario. Fino ad arrivare a sospenderne alcune edizioni a causa della guerra.

Ma il potere delle Olimpiadi è indiscusso ed è spesso il proseguimento della politica (e quindi della guerra) con altri mezzi, parafrasando von Clausewitz.

Celebri sono le edizioni falsate di Mosca ’80 e Los Angeles ’84, dove le delegazioni, rispettivamente, statunitense e sovietica non si sono presentate.

La penultima edizione, quella pechinese, ha destato grandi polveroni.

Ed anche l’edizione londinese non è stata scevra di polemiche.

Già prima dell’inizio dei Giochi, il presidente bielorusso Lukashenko ( a cui è stato rifiutato sia il visto per recarsi in Gran Bretagna sia l’accreditamento dal Comitato Olimpico Internazionale) ha sbottato affermando: “non sono sport ma politica, sporca politica”.

Un caso eclatante, anche se non molto noto, è quello degli atleti kosovari.

A quest’ultimi è stato infatti negata la possibilità di gareggiare all’interno di una rappresentanza nazionale kosovara.

La questione si pone già nel marzo scorso quando il presidente del Comitato Olimpico serbo, ed ex stella internazionale del basket, Vlade Divac, si pronuncia in merito affermando che se gli atleti kosovari, di etnia albanese o serba, vogliono partecipare ai giochi olimpici di Londra possono farlo solo ed esclusivamente all’interno della delegazione serba.

Di diversa opinione è invece il Parlamento di Strasburgo. Pochi giorni dopo, infatti, adotta una risoluzione con la quale chiede ufficialmente l’inizio dei negoziati di adesione con la Serbia, che già da un anno aveva ottenuto lo status di paese candidato, ed allo stesso tempo sollecita Belgrado affinché dia nuovo impulso ai negoziati diretti con Pristina (bloccati ormai da alcune settimane ed ancora oggi non ripresi). Nello stesso documento si fa anche appello al Comitato Olimpico Internazionale affinché lasci partecipare atleti kosovari sotto la propria bandiera.

A maggio la questione viene portata a Losanna, sede del CIO. Secondo lo statuto del Comitato, per poter partecipare ai giochi olimpici uno stato deve essere riconosciuto dalla Comunità internazionale, cioè dalle Nazioni Unite. E il Kosovo, ad oggi riconosciuto ufficialmente da 91 Paesi, deve fare i conti con l’opposizione della Serbia sostenuta dalla protettrice Russia che detiene il potere di veto all’interno del Consiglio di Sicurezza.

Niente Kosovo alle Olimpiadi ordunque?

Solo un’atleta kosovara si è presentata a Londra 2012: la judoka Majlinda Kelmendi.

Il CIO, oltre che vietarle di gareggiare sotto la propria bandiera nazionale, le ha negato anche la possibilità di partecipare come atleta indipendente sotto la bandiera olimpica, a differenza di quanto è stato concesso a quattro altri atleti provenienti dal neonato Stato del Sud-Sudan e dalle ex Antille olandesi. Senza possibilità di rappresentare ufficialmente il proprio Paese, Majlinda si è ritrovata così costretta a partecipare all’interno della delegazione albanese.

Majlinda dà appuntamento per il 2016 a Rio de Janeiro sotto la bandiera del Kosovo.

Ma per allora sarà davvero cambiato qualcosa?

L’Olimpiade è una parentesi tra le contraddizioni dello sport, viaggia tra le angustie e gli splendori del mondo, non maschera nulla, non ci fa dimenticare tragedie e ingiustizie, difende faticosamente valori.

Benedetto sia chi la concepì e chi la fece rinascere.

Nulla di più bello ho visto sgorgare dalla fantasia dell’uomo.

Candido Cannavò

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