saransa

Relazioni internazionali, cucina e fotografia (non necessariamente in quest'ordine)

Mooncake razzisti

Cina e Giappone.
Giappone e Cina.
Due paesi che a noi occidentali sembrano tanto simili quando in invece sono due mondi separati.
Due paesi che per secoli, se non millenni, si sono scambiati tradizioni, culture, riti pur mantenendo entrambi forti nazionalismi e spiccate antipatie l’uno nei confronti dell’altro.

Ecco, due paesi che, per motivi diversi ed in epoche diverse, sono stati sulla cresta dell’onda internazionale.

Tante cose accomunano Tokyo e Pechino, forse una di troppo.
Quel troppo è rappresentato da un piccolo arcipelago posto nel mare Cinese Orientale.

Quella delle isole Senkaku (in giapponese)/Diaoyutai (in cinese) è una vecchia questione.

Scoperte nel 1400, tra conquistatori, occupanti ed amministrazioni straniere, queste 5 isole disabitate e 3 scogli (perché è di questo che si tratta) per secoli non hanno avuto pace.
La disputa si è riaccesa ultimamente ed i pretendenti sono sempre i soliti tre: il Giappone, la Repubblica di Cina (per gli amici Taiwan) e la Repubblica Popolare Cinese.
Gli animi hanno cominciato a surriscaldarsi quest’estate, alla notizia del probabile ‘acquisto di alcune delle isole da parte del Giappone.

Quest’eventualità provoca la reazione di attivisti [quanto spontanei e non pilotati dai piani alti? Boh!!]

che si spingono sulle isole per piantare bandiere cinesi e taiwanesi.

A loro volta i giapponesi rispondono piantando la propria.
Peggio dei bambini.

Ma qua stiamo parlando di potenze economiche mondiali.
Questo non può che accendere gli animi cinesi, che hanno sempre mal celato il risentimento per i dirimpettai giapponesi [il fatto poi che questi avvenimenti si siano verificati nei giorni dell’anniversario dell’invasione della Manciuria da parte dei giapponesi (nel 1931) non ha di certo aiutato].

Si contano manifestazioni in almeno 50 città cinesi, durante le quali sono state bruciate bandiere nipponiche, auto di importazione giapponese, lanciate pietre e altri oggetti contro ristoranti e locali di giapponesi, nonché contro l’ambasciata di Tokyo a Pechino.

Proteste anti-giapponesi si sono svolte persino a Houston e Chicago, animate dalle comunità cinesi che risiedono negli Stati Uniti.
Il dilagante sentimento anti-giapponese lo si avverte a tutti i livelli.

Ad esempio, gli ideogrammi disegnati sui dolcetti tipici della Festa di metà autunno (detti yuebing o mooncake, con ripieno di fagioli di soia o di semi di loto) non augurano più longevità o ricchezza ma «morte ai giapponesi».


In Cina c’è chi si è spinto a sostenere che le proteste siano state organizzate dai funzionari del Partito comunista e del governo cinese.
A sostenere questo è l’artista-architetto dissidente Ai Weiwei [ricordate lo stadio a nido di rondine per le olimpiadi di Pechino?], che vive agli arresti domiciliari dopo 81 giorni di carcere per un’accusa (falsa) di evasione fiscale.

“C’erano troppi dettagli nelle manifestazioni per pensare che erano spontanee, erano tutte preparate con cura. Sembra essere tornati indietro ai tempi della Rivoluzione culturale”: in queste parole la sua denuncia.

L’intervento delle autorità nelle manifestazioni sarebbe evidente anche dal fatto che, secondo il China Human Rights Defender, gli attivisti democratici che hanno preso parte alle proteste sono stati arrestati. Approfittando del caos creato dai dimostranti ad Hangzhou e Shenzhen, alcuni dissidenti hanno esposto cartelli per denunciare le violazioni ai diritti umani in Cina e sono stati subito fermati dagli agenti, che non hanno bloccato però i violenti impegnati a distruggere proprietà private riconducibili ai giapponesi.

Non è però del tutto chiara, in verità, la posta in gioco.

Anche perché quello che oggi come oggi colpisce in modo particolare è il crescendo della tensione e l’utilizzo in chiave smaccatamente politico-propagandistica che dall’una e dall’altra parte i due governi fanno di questa questione.

C’è chi considera l’arcipelago delle Diaoyutai/Senkaku come una località di valore strategico, sulla rotta delle più importanti vie marittime; altri ipotizzano che nel sottofondo marino vi siano sterminati giacimenti di gas [nel 2008, come gesto di distensione, i due governi hanno firmato un accordo per lo sfruttamento e la ricerca congiunti nell’arcipelago, che tuttavia è rimasto lettera morta].

Ma proviamo a guardare un po’ più in là, oltre oceano.
La strategia della Amministrazione Obama ha fatto dell’Asia il pivot delle scelte americane di politica estera e di controllo degli equilibri mondiali.
La più preoccupante conseguenza per i cinesi di questa strategia è che lo schieramento delle forze militari statunitensi non si fonda più su una divisione fifty/fifty tra Pacifico ed Atlantico, ma prevede una crescita, almeno fino al 60%, del peso dell’area del Pacifico.
Questa crescita è interpretata non solo come una sforzo per contenere la Cina, secondo lo schema consueto dei rapporti con l’Urss ai tempi della guerra fredda, ma anche come un appoggio ai Paesi che hanno contenziosi territoriali aperti con la Cina: il Giappone e alcuni membri dell’ASEAN, l’associazione del Sud Est asiatico che, secondo Pechino, Washington sta cercando di compattare in chiave anticinese.

Durante la tappa giapponese del suo tour asiatico, il segretario alla difesa USA, Leon Panetta, non ha potuto non ribadire che le Senkaku fanno parte del territorio nipponico e che quindi la loro difesa ricade sotto la sfera del Trattato tra Giappone e Stati Uniti.

Sono lontani i tempi in cui Paperino scappava inseguito da ” i giapponesiiiiii!!!” [min. 2.30]

Il caso delle isole Senkaku fa clamorosamente irruzione anche alle riunioni annuali del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale che si tengono in questi giorni a Tokyo.

“Risolvete presto le vostre dispute – ha avvertito Christiane Lagarde – o tutta l’economia mondiale soffrirà”.
Come andrà a finire?
Difficile dirlo.
Nel continente americano la disputa Malvinas/Falkland si chiuderà, si spera, nella prossima primavera, quando un referendum stabilirà finalmente lo status politico dell’arcipelago.

In Asia, personalmente, non credo si giungerà presto a conclusione.
Primo perché stiamo parlando di Cina, e con la Cina è sempre meglio non scherzare.
Inoltre, i soggetti interessati sono notoriamente tra i paesi più testardi di questo pianeta e non sarà per niente facile trovare un punto d’accordo.

E poi.. il gioco vale veramente la candela?

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